venerdì 23 luglio 2010

La fucina di Vulcano



“Posso vedere che fai?” Esordivo sempre così, arrivando con passo accorto e silenzioso. Era la mia domanda più frequente quando mi avvicinavo a mio padre da bambina. Nel tempo libero creava barocchi, eleganti oggetti in ferro battuto: lampade, piccoli tavoli da caffè, applique, enormi lampadari per le dimore di vacanza di una benestante e ristretta cerchia di estimatori.
Passando per la casa in montagna dello zio avvocato, alcuni ricchi professionisti, suoi colleghi e amici, avevano apprezzato gli oggetti realizzati da mio padre e, negli anni '70, quel suo hobby gli dette grandi soddisfazioni. Era un saldatore di grande maestria , ma le sue creazioni erano giuntate a chiodatura ricorrendo alla saldatura il meno possibile, ciò nella lavorazione del ferro battuto rappresenta elemento di pregio.
Ero molto affascinata da ciò che nasceva dalle mani di mio padre, possedevamo entrambi il 'gene patogeno' di una multiforme, talvolta ingombrante, creatività e crescendo la nostra stima reciproca aumentò fino a farci diventare due teste che pensavano all'unisono.
L'odore del ferro penetrava le mie narici, ne conservo un ricordo vivissimo, qualche volta mi permetteva di aiutarlo lucidando enormi maglie di catena con una sottile carta abrasiva. La ferrosa essenza prodotta dalla lucidatura permeava nella pelle delle mie dita e le tingeva di una polvere preziosa che brillava al sole. Eseguivo con pignoleria, spesso mi sporcavo gli abiti, ma nessun materno rimprovero riusciva mai a rovinare il tempo trascorso con lui. Lo osservavo in rispettoso silenzio, canticchiavo canzoncine di bambini, talvolta era lui a cantare mentre torceva il metallo con una forza e una grazia degne di Vulcano nella sua fucina.
Credo che il mio piacere nel piegare il filo metallico venga da lì, dalle braccia di mio padre, da quell'odore impresso nella mia memoria olfattiva. Ho aggiunto solo il colore delle pietre dure, come a fare le veci degli acquerelli che sono il mio tramite sulla carta da disegno.
Mio padre non era a disagio col grigio antracite del ferro, lui era daltonico, io ho aggiunto ciò che a lui mancava.
Dalle bobine di filo di rame, vecchi pezzi di elettrodomestici, ho realizzato, quando avevo circa una decina d'anni, orecchini, braccialetti, collanine. Li vendevo sulla spiaggia. Un'estate nella casa al mare delle mie cugine, riciclando la vecchia frangia di perline di vetro di un abat-jour, realizzammo una piccola collezione, allestimmo un banchetto davanti al cancello e quella vendita garantì il gelato a tutte e quattro per alcune sere di seguito. Il business col tempo migliorò ( di pari passo col mio uso delle pinze), cominciai a scrivere nomi su commissione realizzando braccialetti in ottone e filo di cuoio. Soldi a palate!
Più tardi i nomi divennero piccole sculture costituite da un contorno di filo metallico senza giunture, un unico filo che disegnava volti, nudi, oggetti, proprio come una matita sul foglio e finiva ancorato su un sasso che fungeva da appoggio. Alcuni cari amici ne posseggono ancora qualcuna, le regalavo, quelle non le ho mai vendute.
Oggi alcune amiche indossano i miei gioielli, scelgono le pietre e io li realizzo per loro, li annodo a mano, uso l'argento e l'oro. E i miei polpastrelli odorano di metallo.
Il filo diventa la parola, la pietra l'immagine.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

:) ...la donna che conoscevo!
le tue parole, le tue descrizioni, anche quelli sono i tuoi gioielli, indossali,e mostrali a tutti!!!!

jaco ha detto...

ti voglio bene, alcuni tra i miei migliori gioielli li hai ispirati tu.